Sacha Zala*, oltre un secolo di storia di politica estera raccontata in 21 volumi e in una vasta banca dati elettronica. Quanti sono i documenti pubblicati finora?
Le cifre sono abbastanza impressionanti: in totale abbiamo pubblicato più di 8'000 documenti nei volumi a stampa, per un totale che supera ormai le 21'000 pagine. Inoltre, negli ultimi 12 anni, abbiamo pubblicato 6'000 documenti online: gli utenti possono dunque consultare un'immagine digitale del documento originale. Oltre ai documenti, la banca dati contiene anche precise informazioni su più di 3'000 luoghi geografici, 10'000 enti e organizzazioni e quasi 30'000 persone.
Quale sarà la prossima sfida per i DDS?
La banca dati su internet è stata lanciata 12 anni fa, come complemento all'edizione cartacea. Allora si è trattato di un progetto veramente innovativo e che ancora oggi a livello internazionale è all'avanguardia. È chiaro però che un prodotto informatico si deteriora in fretta e deve essere aggiornato. È quello che si osserva anche con l'internet in generale: ora si parla del Web 2.0 che ha elementi molto più interattivi. La nostra banca dati su internet si chiama dodis.ch e ora stiamo sviluppando dodis.ch 2.0.
Come s'immagina questa dodis.ch 2.0?
In primo luogo dobbiamo organizzare differentemente la maniera nella quale sono visualizzati i risultati delle ricerche. Oggi chi fa una ricerca nella nostra banca dati ottiene un numero di risultati troppo elevato. Dobbiamo sviluppare un sistema di ricerca che ordini i risultati in base alla loro rilevanza per la ricerca effettuata. Con l'attuale banca dati c'è già la possibilità di fare una ricerca avanzata molto mirata, ma il 95% degli utenti non la usa o non la sa usare. Vorrei inoltre permettere ad altri progetti di ricerca, che spaziano oltre la storia delle relazioni internazionali, di collaborare con noi. Abbiamo, infatti, il potenziale e le conoscenze tecniche per diventare la piattaforma primaria per l'edizione di documenti della storia moderna svizzera e non solo di quella della relazioni internazionali.
 Sacha Zala consulta gli inventari dell'Archivio federale (Foto: Severin Nowacki) |
Come direttore dei DDS conosce tutti i segreti della politica estera svizzera…
Noi siamo un progetto di ricerca scientifica dell'Accademia svizzera delle scienze sociali e morali, non siamo lo Stato! Il mio gruppo di ricerca ha gli stessi diritti d'accesso di tutti gli altri storici e di tutte le altre persone che si rivolgono all'Archivio federale. Ora ci stiamo occupando dei primi anni '60. La Legge federale sull'archiviazione prevede di regola un periodo di protezione di 30 anni, prima di poter accedere ai documenti. Oggi si potrebbero quindi già pubblicare dei documenti sul 1978. Siamo perciò in concorrenza con tutti gli altri ricercatori, ed è giusto che sia così. Anzi al momento abbiamo un ritardo di quasi una ventina d'anni: c'è dunque un periodo aperto dal '61 al '78 sul quale tutti possono condurre liberamente delle ricerche e che noi riusciremo a coprire solo fra una decina d'anni.
Il vostro è però il progetto di ricerca più importante all'Archivio federale. Molti ricercatori si basano sul vostro lavoro.
Sì, è vero, in particolare all'estero. Ciò è dovuto anche al fatto che siamo di gran lunga il più grande progetto di ricerca situato all'Archivio federale: attualmente il gruppo di ricerca conta 10 ricercatori e ricercatrici. Inoltre oggi grazie alla piattaforma online possiamo pubblicare un numero elevato di documenti, ciò che non era possibile in passato, quando esisteva solo l'edizione cartacea. Non avrebbe però senso pubblicare tutti i documenti dell'Archivio federale, noi dobbiamo fare una selezione. Il valore aggiunto del nostro lavoro di ricerca è proprio questo: noi pubblichiamo i documenti-chiave rendendoli così accessibili alla ricerca storica.
Come avviene la selezione?
Non esiste una teoria vera e propria sulla scelta dei documenti. Grazie alla critica delle fonti, all'esperienza d'archivio e alle conoscenze storiche, io e i miei collaboratori capiamo facilmente quali sono i più importanti. Per i volumi stampati noi scegliamo piuttosto documenti che riassumono un dossier e poi facciamo note a piè di pagina che rimandano ai documenti che pubblichiamo soltanto online. Chi legge quindi i nostri volumi trova nelle note ampie tracce per continuare il lavoro. In fondo noi offriamo su di un piatto d'argento i risultati di tutto il duro lavoro di ricerca in archivio; peccato che molti studenti non se ne rendano conto e non sfruttino appieno questa opportunità.

Uno degli aspetti centrali della politica estera svizzera è la neutralità, un concetto oggi messo in discussione da molti osservatori. Che senso ha parlare di "Stato neutrale"?
La neutralità, come è definita nelle Convenzioni dell'Aia del 1907, implica praticamente solo il fatto di non partecipare a un conflitto armato. Tutto quello che la Svizzera ha creato attorno a questo semplice principio come dottrina della neutralità è una costruzione che per noi svizzeri, probabilmente, è molto più importante nelle sue implicazioni di politica interna che di politica estera. Questo perché la neutralità crea un senso di appartenenza a un Paese speciale, il "Sonderfall Schweiz", che non ha la connotazione di uno Stato nazionale "normale", in quanto etnicamente assai eterogeneo e frazionato. Quindi noi grigioni di lingua italiana, anche se per tanti aspetti siamo tartassati, ci sentiamo per molti aspetti più vicini ad uno zurighese che ad un tiranese che parla la nostra stessa lingua, che abita il nostro stesso territorio e che, spesso, è addirittura un nostro parente... Questo senso di appartenenza nazionale, in ultima analisi, si è cementato attraverso il mito della neutralità.
Questa visione della neutralità emerge anche dai documenti che avete pubblicato?
Analizzando i documenti ci si accorge di come queste dinamiche vengono costruite. La neutralità non è mai stata un ostacolo alle relazioni commerciali, e qui mi riferisco ad esempio al caso delle relazioni tra Svizzera e Sudafrica durante il periodo dell'apartheid, ma anche ai fondi degli ebrei in giacenza nelle banche svizzere durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Siccome la neutralità è assurta a ideologia di Stato, la Svizzera ha sempre potuto interpretarla come andava bene in quel momento. La neutralità svizzera è un concetto politico molto dinamico e destinato a mutare continuamente nel tempo.
 Sacha Zala nella sala di lettura dell'Archivio federale (Foto: Severin Nowacki) |
Ci dobbiamo attendere altre scoperte "scomode" per la storia svizzera?
La Svizzera non ha grossi scheletri nell'armadio, tuttalpiù qualche "scheletrino", soprattutto se la paragoniamo ad esempio agli Stati Uniti, che hanno attivamente partecipato a diversi colpi di stato in America Latina dopo la Seconda guerra mondiale. La storia della Svizzera a larghi tratti è positiva, è la storia di un Paese fondamentalmente democratico, anche se l'interesse dei media si focalizza spesso soltanto sugli scandali. Ma la storia è molto di più degli scandali quotidiani, che poi devono sempre essere analizzati nel loro contesto storico. In generale oggi gli storici sono visti in maniera piuttosto negativa perché mettono in dubbio la visione idilliaca e idealizzante del passato.
Riguardo ai dossier delicati, esiste una censura da parte dello Stato?
Quale libero progetto di ricerca, noi abbiamo la libertà assoluta di pubblicare i documenti che riceviamo dall'Archivio federale. Anche noi dobbiamo però muoverci nel rispetto delle leggi in vigore, che pongono purtroppo sempre più difficoltà agli storici. Dobbiamo, ad esempio, rispettare il periodo di protezione di 30 anni, che viene prolungato a 50 anni per i documenti contenenti dati personali. Inoltre - e qui si può parlare di "censura preventiva" da parte dello Stato - il Consiglio federale può mantenere segreti certi dossier se c'è un interesse pubblico o privato preponderante. È quello che il governo ha fatto con i documenti che riguardano i rapporti tra Svizzera e Sudafrica, una politica di chiusura che io ritengo poco accorta e addirittura controproducente, perché funge da cassa di risonanza proprio per le questioni che il governo vorrebbe invece sottacere... Ai governanti non posso dunque che consigliare caldamente di seguire sempre una politica liberale per l'accesso agli archivi. Ne va della legittimità del fondamento democratico del Paese.