Esempi e testimonianze sull’immigrazione nelle Alpi

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© Claudio Fontana

Le migrazioni dei popoli, fin dai tempi più remoti, sono una parte costitutiva della storia dell’umanità. In questo senso il territorio delle Alpi non ha mai fatto eccezione. Molti sono coloro che qui hanno trovato rifugio o una nuova opportunità di sopravvivenza, altri invece dalle montagne sono emigrati altrove, spinti da fame, guerre o in cerca di fortuna. Il fenomeno immigratorio da paesi asiatici e africani verso l’Europa, cui stiamo assistendo negli ultimi anni, ha lambito solo di striscio la Valposchiavo e il suo confine meridionale, ma basta seguire le innumerevoli notizie nazionali e internazionali che si avvicendano su questo tema, o magari solo recarsi oltre frontiera, a Tirano, per capire che, oltre a catalizzare il dibattito politico, esso stia pian piano mutando il tessuto sociale dell’ambiente in cui viviamo.

A Maloggia, dall’11 al 13 maggio 2017, presso la “Fondazione Salecina”, recentemente insignita del prestigioso premio CIPRA, si è tenuto un convegno internazionale dal titolo «L’immigrazione straniera nelle Alpi e il fenomeno dei rifugiati», a cui hanno partecipato una ventina di studiosi e operatori di ONG di Austria, Italia e Svizzera. Nella serata di venerdì, 12 maggio, con la moderazione dello storico e giornalista Andrea Tognina e la presenza della sindaca del comune di Bregaglia, Anna Giacometti, c’è stato un incontro pubblico nella palestra comunale del villaggio bregagliotto.

A tracciare un primo riassunto del convegno, di cui è prevista la pubblicazione di una documentazione sul sito online della fondazione (http://www.salecina.ch/it/), ci ha pensato Andrea Membretti, sociologo presso l’Università di Pavia. Secondo il ricercatore, al momento in Europa vi è molta confusione, paura e disinformazione sui Paesi da cui provengono le centinaia di migliaia di migranti, ma da un punto di vista umanitario la loro presenza ci impone l’obbligo dell’accoglienza, senza tuttavia nascondersi dietro falsi buonismi. I problemi di integrazione e relazione a diversi livelli, infatti, sono reali, e l’infiltrazione malavitosa nel cosiddetto “business dei migranti” è sempre in agguato, come dimostrano le notizie di stringente attualità in Italia. Fondamentale è quindi un atteggiamento che miri a una relazione dialettica tra popolazioni autoctone e migranti, pervenendo assieme a un nuovo tipo di convivenza. L’accoglienza può portare a un cambiamento reciproco che produce innovazione, che ci conduce a non più guardare agli stranieri con ostilità, ma come a una risorsa economica ed umana. Del resto la storia delle Alpi è ricca di esempi che hanno generato sinergie e innovazione: uno tipico è quello dell’emigrazione “Walser” nel XIII° secolo.

È seguita la testimonianza di don Giusto Della Valle, originario di Sondalo, oggi parroco della frazione di Rebbio, a Como, e attivo in prima linea nell’emergenza profughi venutasi a creare l’estate scorsa nella città lariana. Il sacerdote, che è stato anche missionario nell’Africa francofona, ha le idee molto chiare: nessuno potrà fermare il flusso migratorio poiché mentre l’Africa è ricca di giovani generazioni, l’Europa sta rapidamente invecchiando. In questo contesto globale è quindi fondamentale avere un’idea di futuro, che il parroco scorge, da un lato, nelle parole di papa Paolo VI su uno sviluppo umano solidale e sull’importanza del pensiero e della volontà per riuscire nella vita, dall’altro, nei moniti più recenti di papa Francesco rivolti all’egemonia del denaro, che genera iniquità e terrorismo, laddove solo mettendo in secondo piano la proprietà privata rispetto ai beni comuni l’umanità può progredire.

Durante l’emergenza profughi, che ha avuto inizio nei pressi della stazione ferroviaria di Como, dove da un giorno all’altro le decine di rifugiati sono divenute centinaia, assieme a don Giusto molti parrocchiani e volontari si sono mobilitati per dare cibo e riparo ai migranti. Provenienti da Etiopia, Eritrea e Sudan, i profughi tentano da qui il superamento della frontiera verso la Svizzera o altri Paesi del nord dell’Europa: l’emergenza è pertanto divenuta quotidianità. In questa situazione, non certo priva di difficoltà e forme di ostracismo anche da parte delle autorità, don Giusto Della Valle riesce comunque ad intravedere quegli elementi nuovi e positivi, come ad esempio le forme di aggregazione su base etnico-religiosa, l’istituzione di centri islamici o l’approccio al lavoro e il ruolo della famiglia tipicamente africani, con cui i cittadini di Como sono chiamati ad interagire e ad installare un dialogo.

L’emergenza profughi è per don Giusto innanzitutto di tipo educativa, ma a Como sono troppo pochi gli spazi a disposizione per l’educazione e l’integrazione dei migranti. Nel centro profughi allestito dalla Croce Rossa, ad esempio, vige un regime quasi militare che impedisce alla gente qualsiasi tipo di interazione. Il parroco ha poi accennato alle difficoltà riscontrate con le autorità di respingimento elvetiche. La frontiera italo-svizzera è monitorata da droni delle guardie di confine svizzere in grado di riconoscere le fonti di calore. Chiunque abbia la pelle scura viene controllato e, se necessario, ricondotto in Italia. Malgrado ciò, vi sono anche segnali positivi, come quelli provenienti da organizzazioni e persone che dal Ticino sono accorse in aiuto all’emergenza di Como.

Oltre alla raccolta di abiti e cibo, di grande utilità è stato un pool di avvocati facenti capo a Paolo Bernasconi, che ha facilitato e velocizzato alcune pratiche di ricongiungimento familiare fra profughi al di là e al di qua del confine. Degna di nota, inoltre, è la grande mobilitazione della cittadinanza di Balerna, avvenuta in occasione della sepoltura di un profugo rimasto folgorato dalla corrente su un treno in viaggio verso la Svizzera. Sul sito della RSI si può trovare un servizio su quest’emergenza andato in onda nel dicembre 2016 (http://www.rsi.ch/news/oltre-la-news/I-migranti-doltre-confine-8477314.html).

Una storia di integrazione che lascia invece ben sperare è quella di Pettinengo, un comune di 1’500 abitanti in provincia di Biella, raccontata da Andrea Trivero, attivista della ONLUS “PaceFuturo”, un’organizzazione fondata nel 2001 con lo scopo di prestare attenzione ai disabili e alle persone più fragili. Per i suoi membri l’accoglienza dei profughi è stata da subito recepita come un dovere e dopo aver superato alcune ostilità fra la popolazione, grazie anche alla collaborazione del comune e della parrocchia di Pettinengo, l’organizzazione è riuscita a portare avanti un progetto in una villa del paese che oggi ospita all’incirca un centinaio di migranti.

Pettinengo è un comune di montagna che soffre di spopolamento, invecchiamento della popolazione e mancanza di lavoro seguita alla delocalizzazione di alcune fabbriche del settore tessile. L’iniziativa promossa da “PaceFuturo”, oltre ad avere accolto i migranti, ha creato una trentina di posti di lavoro per la gente del posto, che si occupa di formazione e lavoro con i profughi. Tre sono le regole che l’organizzazione si è imposta: il coinvolgimento della comunità che accoglie, l’attività e i servizi rivolti anche alla comunità locale e il finanziamento statale utilizzato unicamente per l’accoglienza. Il progetto, che punta a una trasformazione sociale positiva e a uno scambio di conoscenze tra popolazione autoctona e migranti, è riuscito a realizzare dei laboratori di apicoltura, di tessitura manuale, di cosmetica a base di erbe naturali, i cui prodotti sono oggi in vendita.

Nell’area del comune sono stati inoltre aperti 20 km di sentieri, fra boschi e montagne, ora a disposizione di residenti e villeggianti. Insomma, un esempio di integrazione virtuosa, che però, come ha sottolineato anche Andrea Trivero, non deve gettare fumo negli occhi di chi guarda con ammirazione. Non sono mancate e non mancano anche qui, infatti, difficoltà e ritrosie da parte della popolazione locale. Il progetto può però fare scuola in altre aree dell’arco alpino, laddove esista un’assodata volontà fra la gente. Anche per l’accoglienza dei migranti a Pettinengo è possibile scaricare un servizio andato in onda nel gennaio del 2017 sulla RSI (http://www.rsi.ch/news/mondo/La-speranza-vive-a-Pettinengo-8622889.html).


Achille Pola

 

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