Le rivoluzioni cicliche e il ’68 di Nando Nussio

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A marzo di quest’anno, per la ricorrenza del 50° anniversario del movimento socio-culturale del 1968, avevamo rivolto un appello ai lettori, affinché inviassero alla nostra redazione ricordi o storie riguardanti la temperie di quegli anni. Nessuno purtroppo ha voluto cogliere questo nostro invito; nel frattempo un membro della nostra direzione redazionale, Serena Bonetti, ci ha voluto offrire la sua esperienza del ’68 in giovanissima età. Qui di seguito invece vi proponiamo un’intervista gentilmente concessaci da Nando Nussio, un insegnante pensionato di Brusio, che nel 1968 aveva 17 anni, e che dopo avere assimilato la lezione della rivoluzione culturale del ’68, durante tutta la sua vita professionale e privata, ha sempre cercato di metterne in pratica i principi cardine.

 

Nando Nussio, dov’eri e cosa stavi facendo nel ’68? In che modo ti hanno coinvolto le rivoluzioni studentesche di quell’anno?
Nel ’68 ero a Coira. Avevo 17 anni ed ero studente alla Scuola cantonale, dove avevo iniziato la maturità commerciale. Naturalmente come studente mi interessavo a quello che succedeva. Devo dire subito che per me una cosa importante nel Sessantotto è stato l’assassinio di Martin Luther King, perché essendo stato confermato nella mia religione protestante proprio l’anno prima mi sono sempre interessato alla figura di questo pastore battista. Addirittura mi ero messo in testa di studiare teologia, un’idea che poi mi è passata, ma comunque ho letto molte cose di Martin Luther King, come «La forza di amare», una raccolta di prediche grazie alla quale ho capito che la discriminazione, la segregazione e l’odio razziale andavano proprio contro la mia natura. Quindi già a quei tempi ero molto sensibile a situazioni dove c’erano dei dominatori e dei dominati.

Puoi fare parallelismi con l’ambiente in cui vivevi?
No, diciamo che i professori che insegnavano nella Scuola cantonale erano abbastanza umani, e quindi non è che percepissi direttamente su di me una pressione da parte di chi insegnava le varie materie. Però ero molto sensibile a quello che succedeva, per esempio, con i lavoratori italiani che vivevano a Coira e che a quei tempi subivano delle angherie e dovevano vivere delle situazioni discriminatorie.

Ci sono stati dei sommovimenti anche a Coira o era più un riflesso di quello che stava succedendo altrove?
No, era piuttosto un riflesso, ma io sono sempre stato molto curioso e ho sempre letto le notizie. Siccome ero informato non mi ha coinvolto tanto quello che è successo in Svizzera, che in fondo non è stato così eclatante, ma specialmente quello che è successo a Parigi, cioè il maggio francese del ’68. Lì non c’erano solo gli studenti, ma anche gli operai che rivendicavano giuste pretese di fronte a chi stava sopra di loro e ho capito che se avessi continuato poi con gli studi, o comunque mi fossi impegnato politicamente, mi sarei sicuramente schierato a sinistra. E infatti questo poi è successo tre anni dopo, quando sono andato a studiare sociologia a Ginevra e mi sono trovato nella Lega marxista rivoluzionaria.

Dopo la scuola cantonale, nel ’71, ti sei quindi trasferito a Ginevra per iniziare uno studio in sociologia…
Diciamo che prima, ancora nel ’71, ho dovuto subire anche la scuola reclute. E il servizio militare a me non è mai piaciuto. Io l’ho fatto, ma a quei tempi potevano addirittura obbligarti a fare carriera militare, per esempio a diventare caporale…

C’erano già gli obiettori di coscienza?
No, però qualcuno non si tagliava i capelli. Ad esempio ci fu un tipo che si rifiutò di tagliare i suoi lunghi capelli e si stava facendo la seconda scuola reclute, per punizione. Infatti a quei tempi c’era l’obbligo di tagliare i capelli in modo che non toccassero il colletto della camicia ed era una cosa molto fiscale. Anch’io ho sofferto per questo motivo, perché avevo i capelli ricci alla Jimi Hendrix e volevo tenerli così, mentre invece non fu possibile.

La scuola reclute è stato dunque un evento parzialmente traumatico?
Sì, perché volevano obbligarmi a fare il caporale. La sfortuna fu che nella mia famiglia c’erano già un capitano e un tenente, e gli ufficiali della scuola reclute avevano pensato che questi Nussio fossero tutti, non dico fanatici, ma convinti di fare carriera militare. Allora chiesi un colloquio al capitano della compagnia, perché avevo visto la lista con le persone che sarebbero diventate caporale con il mio nome. Gli dissi che il servizio militare non mi piaceva, e anche se che capivo che fosse obbligatorio – a quei tempi non c’era l’alternativa del servizio civile – mi sentivo però solo di continuare a fare il servizio come soldato semplice e non avevo assolutamente nessuna intenzione di farmi fare la carriera militare.

Dunque non eri un rivoluzionario pronto a stravolgere l’ordine costituito, altrimenti con il clima che c’era non avresti fatto il militare…
Però poi dopo finisco a Ginevra a studiare sociologia. E lì, fra i professori e gli assistenti, ve ne era uno schierato abbastanza a sinistra, che mi convinse ad aderire alla Lega marxista rivoluzionaria. A Ginevra facevamo dei cortei e delle manifestazioni per rivendicare determinate cose che secondo noi non funzionavano bene neppure all’università.

Puoi dire cosa non funzionava, o che secondo te andava cambiato?
Non so se è oggi sia ancora così, ma ai nostri tempi l’Università di Ginevra aveva un’impostazione molto scolastica. Era molto efficiente, con dei professori competenti, però molto, molto scolastica, con delle verifiche continue e degli esami ogni anno. Io nella mia testa avevo un’idea diversa di università, un’università più libera e più aperta.

Poi però il tuo percorso universitario si è interrotto…
Sì, dopo due anni di sociologia all’Università di Ginevra, superando anche gli esami intermedi, la mia vita è cambiata perché conobbi la mia futura moglie, che era ancora studente a Coira, e quindi sono tornato lì e mi sono iscritto alla Scuola magistrale, che poi ho portato a termine. Siccome tennero valido lo studio a Ginevra, ho dovuto frequentare solo l’ultimo anno, e dopo il diploma ho avuto la fortuna di trovare subito un posto di insegnante direttamente qui, a Campocologno, dove nel ’74 ho iniziato a fare scuola.

Sul fatto che l’università fosse troppo scolastica, la critica che muovi verso i professori di allora riguarda anche una formazione troppo nozionistica, che non favoriva lo spirito critico?
No, questo non si sentiva. Avevamo per esempio un professore di storia molto bravo, Favez, che era una persona molto aperta e che cercava sempre di farci ragionare, di farci diventare degli spiriti anche critici.

Come hai trovato la scuola di Campocologno e che cosa hai cercato di cambiare quando hai iniziato a insegnare?
Mah, devo dire che quando ho cominciato a insegnare a Campocologno avevo due colleghi anziani, che erano praticamente alla fine della loro attività e mi sono trovato di fronte a delle situazioni che non riuscivo a condividere. Per esempio, a Campocologno, succedeva che gli scolari durante la ricreazione non fossero liberi di parlare il dialetto e a me questa sembrava una forzatura. Addirittura se qualcuno diceva una parola in dialetto doveva essere denunciato da qualche compagno e poi c’era la famosa catena con cui dovevano pagare, non so bene… qualche cosa. E io quando sono arrivato in sede scolastica ho parlato molto chiaro ai miei colleghi, dicendo che rispettavo la loro esperienza e le loro opinioni, ma che i miei scolari sarebbero stati liberi e avrebbero avuto il diritto, se lo desideravano, di parlare il dialetto durante la ricreazione. Così si ruppe la catena.

E a livello di insegnamento ti eri accorto di cose che andavano migliorate in base all’esperienza del ’68?
Io ho cercato sempre, nel mio modo di insegnare, di coinvolgere il più possibile gli scolari. Ho cercato di superare un insegnamento troppo frontale e di svolgere un insegnamento più coinvolgente. Non so se ci sono sempre riuscito, perché naturalmente c’erano i programmi, gli orari, ecc., insomma c’erano delle regole da rispettare, però ho sempre cercato di ascoltare anche quello che gli scolari davano a me e non solo preoccuparmi di quello che io potevo dare a loro.

A distanza di cinquant’anni, oggi, fra le generazioni che hai formato, si vedono germogliare i semi introdotti con il ’68, o è stata una scintilla che purtroppo non ha dato gli esiti sperati?
Io conosco degli ex scolari, dei giovani, che secondo me hanno capito cos’è stato il Sessantotto e invece conosco altre persone che non l’hanno capito. Forse anche perché la nostra società li ha portati a diventare semplicemente dei giovani dediti al consumismo. E poi le nuove tecnologie, se da una parte sono un grande progresso, dall’altra tendono a creare persone troppo individualiste e che quindi mancano di quello che avevamo noi quando eravamo ragazzi, cioè dello stare assieme, del formare comunità. È anche per questo che io ho sempre cercato di entrare nella società, specialmente attraverso il teatro, non tanto per presentarmi sul palco, ma per stare in un gruppo e per fare gruppo. Perché altrimenti in un paese piccolo come Brusio si tende a diventare degli individui troppo isolati. E io sono un animale sociale.

Movimento hippie e rivoluzione sessuale, beat generation, comunitarismo e rottura con le gerarchie sociali tradizionali. Cosa c’era e cosa è rimasto di buono in tutto ciò?
Secondo me sono stati dei movimenti e delle iniziative molto importanti perché nel ’68, e anche negli anni a seguire, la gente ha capito che doveva diventare “libera” e non doveva sempre stare sotto i cosiddetti poteri forti. Mi fa molta paura invece oggi il discorso del “Grande Fratello”, di come tante persone, senza saperlo, siano molto condizionate e strumentalizzate.

Questo significa che il ’68 in qualche misura è fallito, oppure è tipico della condizione umana che in pochi capiscano certi processi e li mettano in pratica, mentre purtroppo la maggioranza non ci riesca?
È vero quello che stai dicendo… però secondo me il Sessantotto è stato comunque molto importante perché c’è stata una rottura fondamentale. Secondo me la storia è fatta di cicli e quando nella situazione della società attuale la gente non ne potrà più, di nuovo succederà qualche cosa di simile al ’68.

Quindi andando a ritroso potremmo citare anche il 1918, il 1848, il 1789, ecc.
Sì, e a me piace ricordare anche il 1818, l’anno in cui Giacomo Leopardi scrisse «L’infinito», che è una poesia meravigliosa che descrive la condizione umana, ancora di grande attualità. Anche per questo mi piace scrivere poesie. Vorrei concludere, inoltre, aggiungendo che nel 1976 abbiamo fondato con dei compagni, qui a Brusio, la prima sezione del Partito socialista svizzero in Valposchiavo. Quindi anche a livello politico avevo capito che ci doveva essere qualcuno che avesse il coraggio di fare opposizione. Non mi è mai piaciuto andare sempre con la corrente. Nella storia chi ha cambiato veramente la situazione delle società sono sempre state le persone che hanno avuto il coraggio di andare controcorrente.


A cura di Achille Pola

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2 COMMENTI

  1. Grande Nando! L’esperimento della coscia di pollo che messa nella Coca Cola si ripulisce nel giro di un giorno (?) fino all’osso, mi è rimasta in presso più di qualsiasi discorso teorico sul tema alimentazione industriale…