I sondaggi de Il Bernina: il Corpo guardie di confine potenziato convince i lettori

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I sondaggi che Il Bernina regolarmente propone ad abbonati e lettori sono uno strumento particolarmente efficace per tastare il polso della società in cui viviamo. Alcune volte l’esito di questi sondaggi è stato ripreso nei nostri articoli, per confermare la tendenza emersa da un fatto di cronaca. Altre volte purtroppo essi sono rimasti lettera morta o piuttosto un mero esercizio fine a sé stesso. La redazione si è quindi riproposta di considerare maggiormente il sondaggio – che coinvolge mediamente circa il 10% degli abbonati – e di pubblicare un articolo che provi ad interpretarlo ogniqualvolta ne sarà lanciato uno nuovo. Con la pubblicazione dell’articolo al lettore sarà inoltre automaticamente data la possibilità di commentare.

L’ultimo sondaggio riguardava un comunicato pervenutoci dal Comitato “Sicurezza nei Grigioni del Sud” sulla decisione dell’Assemblea federale di potenziare il Corpo delle guardie di confine. Alla nostra domanda se questa misura fosse necessaria, il 53% ha risposto con “Sì, mi sento più sicuro/a”, il 28% con “No, non ci sono pericoli rilevanti causati dall’immigrazione e dal turismo criminale” e il 18% con “No, servono misure più drastiche”.

Senza voler entrare nel merito dell’iniziativa parlamentare cantonale, lanciata dalla granconsigliera Brigitta Hitz (PLD), che ha portato alla decisione del legislatore federale di potenziare di 44 unità, a livello svizzero, il Corpo delle guardie di confine con verosimili effetti anche sulla nostra regione, l’esito del sondaggio esprime un non trascurabile dato sulla percezione della frontiera quale elemento di insicurezza e instabilità.

Più del 70% dei partecipanti al sondaggio, infatti, vede di buon occhio (o la ritiene persino insufficiente) questa misura, mentre meno del 30% pensa che l’attuale situazione al confine non desti particolari preoccupazioni. Se da un lato, in un’ottica di nuovi posti di lavoro, la notizia di un possibile aumento delle guardie al confine può senz’altro essere accolta positivamente, dall’altro, considerare il confine come un luogo a rischio e quindi bisognoso di maggiori controlli da parte dello Stato non sembrerebbe però essere un’urgenza corroborata dai fatti.

Stando alle statistiche della segreteria di Stato della migrazione SEM, dopo il picco di 39’523 unità raggiunto nel 2015, riconducibile in parte alla crisi siriana, le richieste annue di asilo in Svizzera sono in diminuzione e si stanno attestando attorno a valori precedenti il 2011 (circa 15’000 unità). Pure il numero dei migranti provenienti dalla Libia, con barconi che approdano sulle coste meridionali della penisola italica, sono in netta diminuzione negli ultimi due anni.

Ma anche sul fronte del turismo criminale, almeno a ridosso del valico di Piattamala, dopo l’ondata di furti che ha interessato un po’ l’intera Valposchiavo da nord a sud, avvenuta nel 2014, non sono più state registrate particolari criticità. Ovviamente in quest’ambito non si può però mai abbassare la guardia, in quanto l’esperienza insegna che azioni criminali e illegali avvengono in modo sporadico e assolutamente imprevedibile.

Nel complesso il sondaggio sembra quindi riflettere un malessere che si sta propagando in larghe fasce della popolazione di mezza Europa, le quali – in parte anche comprensibilmente – faticano a ritrovare la bussola in quest’era postmoderna contraddistinta da democrazie messe a dura prova dalle ripetute crisi economiche, e non riescono a comprendere nella loro interezza fenomeni come la globalizzazione o la migrazione dei popoli. Fenomeni che, se analizzati a fondo, sono in atto fin dalla notte dei tempi, ma che parallelamente all’avanzare delle nuove tecnologie si susseguono con tale rapidità e frequenza, che oggi rischiano di destabilizzare intere società.

Chi però ha vissuto i disagi che potevano scaturire dal passaggio del confine di Piattamala in tempi non troppo remoti, quando ad esempio la dogana chiudeva alle 00.30 e riapriva alle 5.00, o comunque precedenti all’accordo sulla libera circolazione delle persone, entrato in vigore il 1° giugno 2002, dovrebbe compiere un esercizio di memoria e valutare i pro e contra rispetto al passato.

Ricordare alle giovani generazioni quanta strada è stata fatta per avvicinare i popoli europei dopo lo sfacelo di due guerre mondiali e le contrapposizioni fra il blocco filo-americano e quello filo-sovietico fra gli anni ’50 e ’80 del secolo scorso, facilitando il passaggio della frontiera di coloro che – per pura bizza del destino – si trovavano a vivere al di qua o al di là del confine, potrebbe aiutare a rendere il parziale senso di insicurezza che oggi stiamo vivendo un boccone meno amaro.


Achille Pola

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