Camminare nelle scarpe di Gesù

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Filippesi 3.17 – 4.1
Sermone del 17 marzo 2019

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
http://www.ustream.tv/channel/riformati-valposchiavo

17 Siate miei imitatori, fratelli, e guardate quelli che camminano secondo l’esempio che avete in noi. 18 Perché molti camminano da nemici della croce di Cristo (ve l’ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), 19 la fine dei quali è la perdizione; il loro dio è il ventre e la loro gloria è in ciò che torna a loro vergogna; gente che ha l’animo alle cose della terra. 20 Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore, 21 che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa.

4:1 Perciò, fratelli miei cari e desideratissimi, allegrezza e corona mia, state in questa maniera saldi nel Signore, o diletti!

Cara comunità, in città è facile trovare ovunque dei venditori ambulanti con merce di marca scontata. Davanti a supermercati, stazioni, negozi, noi li troviamo con borse, sciarpe, scarpe, occhiali da sole delle marche più famose, in vendita a prezzi stracciati. È ovvio, questi ambulanti non vendono merce originale ma contraffatta. Spacciano imitazioni di bassa qualità prodotti in una fabbrica sfruttatrice, con i lavoratori pagati una miseria. La parola “imitazione” non stona nel nostro secolo. Si parla di più, invece, di merce “falsa, contraffatta”, che prodotti d’imitazione o copia.

La cattiva reputazione della parola “imitazione” appesantisce la lettura del testo odierno, dell’apostolo Paolo nell’epistola ai Filippesi 3.17 – 4.1. Le sue parole sono forse un invito a vivere una versione debole o annacquata della fede, del tipo: siate una copia dell’originale, Cristo Gesù. Nel v.17 egli sollecita i suoi lettori/trici a imitare lui e gli altri che vivono secondo il Vangelo. Paolo non si pavoneggia al centro dell’imitazione dei cristiani in Filippi. Per “imitatemi” Paolo intende qualcosa di più del solo “osservarlo”. In realtà, afferma “non ascoltatemi solo, ma camminiamo mettendoci tutti nelle scarpe di Cristo”. Quando Paolo afferma che, il suo più grande desiderio e impegno come discepolo, era di imitare Cristo voleva “trasmettere” Cristo affinché lo Spirito Santo dimorasse nel credente rendendolo originale. Così, l’imitazione dei filippesi è la trasmissione e attivazione di Cristo. I filippesi non devono essere copie di copie dei discepoli, incarnazione di una versione scadente del Vangelo, brutte copie dell’originale. I credenti rappresentano e ri-presentano la missione e il messaggio di Gesù nella versione originale, trasmessa da Paolo e dai suoi collaboratori. Nel caso dei credenti, con “imitazione” non s’intendono copie false o scadenti.

All’interno della comunità Paolo deve contrastare alcuni “nemici della croce di Cristo”. C’è chi “cammina da nemico della croce di Cristo” v.18. Questi nemici sono come quelle etichette “imitazioni originali”, leggi “contraffatte”, cucite sulla merce degli ambulanti. Non sappiamo con certezza chi intendesse Paolo, ma si pensa a gruppi esterni e interni. All’inizio del capitolo, egli attacca i giudei insistono sull’osservanza della Torah e una forma giudaica del cristianesimo (3.1 – 14), ma c’è anche chi distorce il principio della libertà cristiana. Al contrario dei primi, essi affermano che non ci sia più legge nel cristianesimo e i cristiani hanno la libertà di fare quello che volevano. La libertà cristiana è ribaltata in licenza libertina e si gloriano sfogandosi nelle loro passioni. Hanno distorto la dottrina cristiana della grazia: poiché la grazia copre ogni peccato, si può peccare come si vuole e senza preoccuparsi perché l’amore divino perdona tutto! In questa versione “contraffatta” del cristianesimo, la croce di Cristo è vanificata, ridicolizzata, s’ignora quanto sia costato a Gesù seguire la sua missione divina sino al massimo dono di sé. In tutti i casi, questi nemici della croce confidano più nella loro capacità umana che nell’agire divino nel sanare l’umana condizione. “Il loro dio è lo stomaco” li sbugiarda Paolo, e la loro gloria si dimostra nella loro vergogna. Infine, “è gente che ha l’animo alle cose della terra” v. 19. “Kolia”, significa “stomaco”, ma Paolo lo usa come metafora per “una vita materiale”. Poiché Kolia può anche significare “utero o ombelico”, riprende chi ha un appetito materiale della vita o si dedica solo a se stesso. Possiamo dire, di chi si sente “l’ombelico del mondo”. Li invita a non seguire i “nemici della croce”.

L’apostolo Paolo sposta l’interesse di questa comunità cristiana via dal proprio ombelico e istinti viscerali, via dalle cose terrene. La nostra cittadinanza è nei cieli! Filippi era una colonia romana, abitata da soldati che avevano servito per ventuno anni e ora si erano ritirati con la piena cittadinanza romana. Queste colonie erano frammenti di Roma nel mondo. La gente vestiva come a Roma, governavano magistrati romani, si parlava latino, la morale romana era osservata anche alla fine del mondo, rimanevano fermamente romani. Allora, sostiene Paolo, come i coloni romani non dimenticano che appartengono a Roma, voi non dimenticate mai che siete dei cittadini del cielo e la vostra condotta deve rispecchiare questo. Così, concentratevi piuttosto su un altro tipo di fedeltà. Nelle promesse matrimoniali, gli sposi si dicono: io prometto di esserti fedele… L’etimologia della parola “fedeltà” viene dal latino fidelitas, da fides = fedeltà, lealtà. Perciò, fedeltà è la qualità di essere leali e coerenti nel mantenere gli impegni presi, i legami, gli obblighi assunti. È rimanere legati mentre tutto cambia. Con una promessa matrimoniale tu non t’impegni con un principio, a un’idea dell’istituzione del matrimonio, ma prometti la tua fedeltà a una persona, a una relazione vivente e crescente. La tua fedeltà non è a una frase ma una persona e t’impegni a dimostrarti autentico verso un altro e l’altro con te. Non è la promessa in se che mantiene fedele l’uno all’altra. È la fedeltà che ti mantiene autenticamente legato. La vostra cittadinanza non è qui ma con Dio!

La chiamata è a vivere una vita autentica nella relazione più importante con il Dio Creatore e il Redentore, Gesù il Cristo. Sì ma come? Nel v.17, Paolo sollecita i filippesi a imparare anche dagli altri che “camminano” secondo autenticità di fede. In greco skopeite, è un verbo usato per “chi raggiunge un obiettivo o cammina verso una meta”. Camminare è il verbo favorito di Paolo per descrivere il viaggio giornaliero di una vita di fede. Quando ci leghiamo in una fedeltà, promettiamo di “camminare” con un altro nella nostra vita e percorsi, nel bene e nel male. Noi spesso parliamo di seguire Gesù sulle sue orme. Paolo sta suggerendo però che noi siamo chiamati a qualche cosa di più intimo, più intenso e più personale. Seguire, presuppone una separazione, una distanza da chi s’insegue. Per trasmettere Cristo c’è bisogno di immergersi in chi noi abbiamo promesso di camminare nella nostra vita. Noi non seguiamo a una distanza di sicurezza. Gesù non disse “venite seguitemi, e intercederò per te affinché non ti faccia mai male”. Chi si aspetta vanamente questo, di solito, prende il problema del male per accusare Dio e continuare indifferente la sua via. Un imitatore è chi incarna Cristo, chi gli chiede di fare parte della propria vita, chi gli chiede di essere l’autore della propria storia, chi invita Gesù a condividere la sua resurrezione in e tramite la propria esistenza.

Chi incarna Cristo non lo segue sulle sue orme, imitando ogni sua mossa. Chi incarna Cristo, indossa le scarpe di Gesù per camminare, come Gesù cammina nelle scarpe di ogni figlio e figlia di Dio. Imitare Cristo è incarnarlo, e trasmetterlo impiantando lo Spirito, e chi dice agli altri come Paolo: cammina con me mentre io cammino nelle scarpe di Gesù. Sei pronto a passare dal seguire le sue orme da lontano e svogliatamente, al camminare nelle sue scarpe? È il duro passaggio dal concentrarsi solo su se stesso alla gioiosa resa di perdersi in Cristo. E con questo scoprire che siamo pezzi unici, originali e irripetibili creati da Dio. In un mondo di false imitazioni, tu rimani originale come Dio ti ha creato. E la tua speranza di rimanere originale si trova solo nel Supremo e Sovrano Originale, Gesù il Cristo. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa

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